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mercoledì, 23 Giugno 2021

Gli scavi di Pompei: un affascinante viaggio nel passato

Dal 1997, Pompei insieme ad Ercolano ed Oplonti, sono entrate a far parte della lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.

Il sito archeologico di Pompei ospita più di tre milioni di visitatori all’anno e rappresenta il terzo sito museale più visitato d’Italia. Nel 79 d.C. in seguito all’eruzione del Vesuvio furono distrutte, sepolte da ceneri e lapilli, le città di Pompei, Ercolano, Stabia e Oplonti. Per volere di Carlo III di Borbone iniziarono gli scavi che permisero di conoscere meglio gli usi, i costumi, le abitudini alimentari e l’arte della vita di oltre due millenni fa.

DUE MONDI DISTANTI

La città di Pompei comprende in sé due mondi molto distanti: da un lato ciò che resta di una delle più ricche città dell’impero romano e dall’altro la spiritualità cristiana, dimostrata dai tanti pellegrini in visita al rinomato Santuario dedicato alla Beata Vergine del Rosario di Pompei, testimonianza tangibile della devozione verso la Madonna. Il mondo pagano e quello cristiano convivono a meno di 800 metri di distanza, vicini nello spazio, lontani nei principi e nelle aspirazioni, conseguenti nel tempo.

IL PARCO ARCHEOLOGICO

Gli scavi di Pompei sono l’unico sito archeologico al mondo in grado di restituire l’immagine di una città romana nella sua interezza. La città antica, fondata dagli Osci Campani nel VII sec. a.C. e così battezzata in onore di Ercole (Pompei) fu un importante snodo commerciale, inizialmente greco, poi etrusco, successivamente sannita e romano.  La terribile eruzione del ’79 d.C. la distrusse e solo nel XVIII secolo cominciarono i primi scavi per poterne, successivamente, visitare le antiche rovine.
Nel 1997 una delegazione UNESCO, composta da 200 esperti provenienti da 45 paesi del mondo, ha dichiarato il sito archeologico di Pompei patrimonio dell’umanità. Alcuni dei reperti recuperati (oltre a semplici suppellettili di uso quotidiano anche affreschi, mosaici e statue) sono conservati nel museo archeologico nazionale di Napoli, ed in piccola quantità anche nell’Antiquarium di Pompei.

LA STORIA

Dopo la terribile eruzione del Vesuvio del 24 ottobre del 79, a Pompei il tempo si fermò. La tragedia fu tremenda, anche Ercolano ne fu colpita: morirono 2000 persone e una delle vittime più illustri dell’eruzione fu il poeta latino Plinio il Vecchio, che si trovava a Miseno con la sua flotta. Suo nipote, Plinio il Giovane, ha lasciato una cronaca della tragedia e della morte dello zio che tentava di correre in aiuto alle città colpite. Nonostante la città fosse caduta nell’oblio dopo l’eruzione, gli scavi hanno confermato quanto raccontato dagli autori antichi: i corpi rinvenuti testimoniano che molti degli abitanti sono morti per soffocamento, come Plinio, a causa dei gas sprigionati dal vulcano, altri sono stati colti dall’eruzione nelle case, senza avere nessuna via di scampo. L’abbandono di Pompei non tu totale. Qualcuno dei superstiti vi ritornò per recuperare oggetti preziosi ed il foro fu spogliato delle statue di bronzo. Intorno al II secolo inoltre, qualcuno rioccupò alcune povere abitazioni nell’area nord della città, fino al IX secolo, quando forse nuovi terremoti ed eruzioni e l’arrivo dei Saraceni ebbero la meglio e l’abbandono fu totale.

GLI SCAVI

Gli scavi ebbero inizio nel 1748, durante il regno di Carlo di Borbone, re delle Due Sicilie, con l’intento di conferire prestigio alla casa reale. Si procedette in modo discontinuo e in punti diversi dell’area, che solo dopo qualche anno fu identificata come Pompei, senza un piano sistematico. Furono così riportati alla luce parte della necropoli fuori porta Ercolano, il tempio di Iside, parte dei quartieri dei teatri. Il periodo di occupazione francese, all’inizio del 1800, vide un incremento degli scavi, che venne poi spegnendosi con il ritorno dei Borbone. Gli scavi furono svolti nella zona dell’anfiteatro e del Foro, a porta Ercolano e nella zona dei teatri. Grande eco suscitò la scoperta della casa del Fauno, con il grande mosaico raffigurante la battaglia di Alessandro. Dopo l’unità d’Italia e la nomina di Giuseppe Fiorelli alla direzione degli scavi si ebbe una svolta nel metodo di lavoro, collegando i nuclei già scoperti e procedendo in modo sistematico, facendo resoconti più dettagliati degli scavi. Fu anche introdotto il metodo dei calchi in gesso, che consentì di recuperare l’immagine delle vittime dell’eruzione.

 

 

 

 

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