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Marisa Errico Catone da bambina subì la deportazione in un campo di concentramento e dopo anni ha deciso di scrivere un libro sulla sua terribile esperienza

IL LIBRO – “Non avevo la stella” è la testimonianza di una deportazione avvenuta per sbaglio. All’età di cinque anni la signora Marisa già scriveva versi, prima che scoppiasse la guerra e prima del martirio nel campo di concentramento. Una dieresi fu la causa di tutto: i tedeschi si convinsero che fosse un espediente per nascondere il nome, che era identico a quello di un famoso scrittore ebreo. Marisa, all’età di otto anni e mezzo, fu deportata insieme ai genitori in un lager nazista per nove mesi; soltanto dopo anni riuscì a mettere per iscritto la sua terribile esperienza, dal momento che per molto tempo a casa sua non si riusciva a parlare di quello che era successo.

LA PRIGIONIA – L’esperienza nel campo di concentramento, per chi può raccontarla, lascia un segno indelebile. “A casa non se ne parlava –racconta Marisa-  e quando cominciai a frequentare le scuole medie balbettavo, perché mi sentivo inadeguata. Prima dello scoppio della guerra, all’età di cinque anni, scrivevo versi che ho raccolto in una collana di poesie; solo per iscritto riuscivo ad esprimere quello che provavo”. “Ci si vergognava di essersi salvati e si reagiva nei modi più disparati, perché la deportazione suscitava effetti diversi, dal mutismo all’euforia”. “Nei lager si moriva per motivi banalissimi. Ricordo ancora – continua Marisa- il canto di una donna che indossava una lunga gonna nera con le rose rosse: si suicidò lanciandosi da una finestra e cantando a squarciagola una ninna nanna croata, rompendo il silenzio del lager”.

IL RITORNO – Alla domanda se ci fosse stato un momento in cui avesse pensato che non ce l’avrebbe fatta, Marisa ha risposto di no, che la sua giovane età l’aveva in qualche modo protetta da pensieri negativi. “Ci si dimenticava di avere freddo e fame -racconta Marisa- il treno che ci ha riportati in Italia aveva la locomotiva a legna; mia madre fu colpita da setticemia e le salvò la vita un infermiere napoletano, che non siamo più riusciti a rintracciare, somministrandole zucchero e limone”. “Volevo tornare a Mestre, dove forse avrei trovato conforto nei ricordi della mia infanzia, ma la mia casa non c’era più”. Dopo la pubblicazione del libro, nella primavera del 2011, fu recapitata a Marisa una lettera ora conservata in una piccola scatola, dove Marisa ha riposto anche il peluche che le ha fatto compagnia durante la prigionia. La lettera conteneva una stella e un biglietto firmato da una persona di cui Marisa non ha mai conosciuto l’identità, Jolanda, e recava la scritta: “A Marisa Errico Catone, la stella che non aveva.”

Angela Franco