House for Sale

Un cittadino racconta la propria esperienza legata al Prezzo Massimo di Cessione. Una vicenda complicata conclusasi con l’affrancazione e la vendita della propria abitazione.

Pubblichiamo integralmente e come richiesto in forma anonima la lettera inoltrata a La Lente da un cittadino di Cecchignola Sud. Esprime bene lo stato d’animo e le infinite attese che, il residente, ha dovuto affrontare per cambiare abitazione.

La mia storia per l’affrancazione è stata lunga ma si è conclusa, anche se non si può dire sia stato un lieto fine. Molti anni fa ho acquistato a libero prezzo la mia prima casa, un immobile in diritto di superficie per il quale l’ex proprietario aveva maturato i cinque anni per vendere.

Mi sono rivolto ad un notaio con tutta la documentazione e in particolare con la convenzione con il Comune, chiedendo di verificare che non vi fossero clausole che potessero allora e in seguito condizionare la compravendita. Assicurato in tal senso ho proceduto all’acquisto. In tanti anni non ho ricevuto alcuna contestazione dal Comune né mi risulta ne sia stata rivolta alcuna al venditore.

Nel 2015, cresciuta la famiglia e con i risparmi dal lavoro dipendente mio e di mia moglie, ho firmato due compromessi, uno per l’acquisto di un nuova casa e uno per quello della vendita del mio appartamento in diritto di superficie. Anche questa fase è stata seguita da un notaio, informato ovviamente della convenzione, che ha chiesto approfondimenti solo in merito allo stato della procedura di esproprio, procedendo poi alla redazione del compromesso senza condizionamento alcuno.

A ridosso delle due compravendite, a seguito della sentenza della Cassazione tutto si è fermato. Mi sono immediatamente attivato con Roma Capitale presentando istanza in linea con quanto previsto dalla sentenza e via via con quanto appariva necessario nelle costanti visite bisettimanali al Dipartimento di Urbanistica e poi disciplinato dalle varie deliberazioni in materia.

È iniziato così un incubo durato più di un anno, sempre a rischio di non riuscire a comprare la nuova casa e di perdere la precedente e i risparmi di una vita, con una amministrazione comunale che, se non fosse per la sensibilità di alcuni dipendenti lasciati da soli a gestire la situazione senza indirizzi chiari, non ha fornito mai informazioni trasparenti e puntuali sulla situazione venutasi a creare e sulla durata dei procedimenti in corso.

È difficile farsi un’idea dell’impatto sulla serenità della mia famiglia di un procedimento senza fine, continuamente rinviato, in conseguenza del quale affrontavamo nuovi costi a fronte delle prospettive di una prossima soluzione, che poi nuovamente diventava incerta.

Per definire il procedimento si è dovuto aspettare da ottobre fino a maggio, quandoil Segretariato generale ha ingenerato nuova speranza di una conclusione a breve, dichiarando immediatamente operativa la delibera che avrebbe dovuto risolvere la questione. I termini di legge per la conclusione del procedimento, però, non sono stati rispettati, non solo i 30 giorni originari ma neppure i 180 giorni rideterminati con delibera in agosto, dopo la scadenza dei primi; è stata inviata una strumentale lettera di sospensione del procedimento sulla base di presupposti inesistenti che ha impiegato oltre un mese per percorrere pochi chilometri e arrivare a destinazione. Anche dopo aver incassato le decine di migliaia di euro richieste per l’affrancazione, l’amministrazione comunale ha fatto passare un ulteriore, inutile, lungo tempo per procedere alla stipula della convenzione, nonostante dalla stessa è risultato poi che alla data del pagamento si erano nei fatti già esauriti tutti i passaggi istruttori.

Tutta la vicenda ha avuto costi assurdi: mi riferisco non solo e non tanto al canone di affrancazione, ma alle spese per mantenere in piedi le compravendite avviate e non perdere tutte le caparre e gli impegni economici già assunti nell’imminenza dei rogiti, e quindi all’indebitamento oltre misura per procedere comunque all’acquisto della nuova casa, ma anche il paradossale versamento al Comune anche di una cifra rilevante per l’IMU sulla casa che l’amministrazione stessa tardava a farmi vendere. L’attesa per oltre un anno ha comportato inoltre la perdita dell’acquirente (a sua volta inciso economicamente e umanamente dalla vicenda), conseguendone nuovi costi e lungaggini per poter finalmente vendere.

Il colpo più duro, però, nel grave disagio che complessivamente la vicenda ha comportato, è stato in termini di fiducia nelle istituzioni perché, al di fuori dell’impegno di qualche impiegato, non è stata mostrata, e dalle domande ancora in attesa sembra si continui a non mostrare, alcuna attenzione agli impatti che questa vicenda sta avendo su comuni cittadini, che peraltro, pur non essendo rimproverabili di nulla, chiedono soltanto di pagare quanto dovuto per ritornare ad avere la piena disponibilità della propria abitazione, che hanno ritenuto, sulla base degli atti del comune e di quelli notarili, di aver acquistato e quindi di poter legittimamente rivendere in piena libertà.

Un residente di Cecchignola Sud

 

2 anni di storia

 

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