Macchia di Capocotta

Le origini del nome e la ricchezza del patrimonio naturalistico che si è rischiato di perdere per sempre. Uno scrigno di biodiversità a due passi dal mare.


RIFLETTORI ACCESI – Dopo il clamore suscitato dal taglio della foresta di Capocotta e dal pericolo che anche la foresta più grande di Decima, quella di Catavanni-Macchiagrande venga abbattuta, è sceso una sorta di silenzio imbarazzato da parte delle istituzioni. In attesa di un qualche seguito ritengo utile fornire una descrizione di quello che si sta per perdere.

L’ORIGINE DEL NOME – In molti si sono chiesti il perché di questo curioso toponimo, ed anche io molti anni fa venni preso dalla voglia di capire l’origine dei diversi toponimi della Campagna Romana, iniziando una lunga serie di ricerche negli archivi storici romani. Per Capocotta l’origine è ben descritta da una lirica di Augusto Sindici, noto poeta romanesco che ben descrisse una leggenda raccolta fra i pastori ed i carbonari della zona. In una capanna nella macchia viveva una coppia poverissima di carbonai,  che presto morì a causa della malaria imperante, lasciando solo un figlio che visse selvatico nel bosco, mostrando un’indole crudele. Una donna che viveva in un casolare ai limiti del bosco ebbe pietà di quel ragazzino, assistendolo e sfamandolo. Tuttavia suo figlio non vedeva di buon occhio quel ragazzino e non perdeva occasione per alzare baruffa. Durante la festa del Divino Amore, il figlio della donna sparì, causando grande apprensione nella famiglia. Dopo lunghe ricerche, ritrovarono il corpo decapitato, ucciso con una “serciata in petto”, mentre la testa era stata messa a bollire nella pentola della ricotta.

“…E in der precojo a bulle alegramente  ner callarone inzieme a la ricotta  ritrovorno la testa! E quela gente  mise nome a quer sito: Capocotta…”

LE MEMORIE DELLA CULTURA ROMANA  – Certo oggi le condizioni di vita dell’Agro ci appaiono lontanissime, ma fino a qualche decennio fa il ”deserto apostolico” riservava condizioni di vita terribili. Quello che è certo è che si stanno perdendo le memorie di quello che fu Roma e la Campagna Romana.  Sarebbe utile una riflessione da parte degli enti locali, impegnatissimi nel diffondere e tutelare le culture di altre regioni e di altri paesi,  sull’utilità al contrario di tutelare e preservare le memorie della cultura romana, che sta svanendo sotto la spinta dell’immigrazione. Stiamo perdendo un patrimonio inestimabile e millenario.

UNO SCRIGNO DI BIODIVERSITA’ – Alti cerri e farnetti, inframmezzati da piccole paludi dette piscine, abitate da animali e piante unici,  e frammenti di lecceta con qualche sughera, dove si indovinano voli di picchi, cince e rapaci. Sottobosco a tratti largo con pungitopo ed erica, a tratti intricatissimo con lo spinosissimo stracciabraghe e tutto il corteggio di piante della macchia, dai cui corridoi spesso sbucano a sorpresa timidi daini e irsuti cinghiali. Questo  è lo spettacolo offerto dalla macchia di Capocotta, residuo dell’antica selva Laurentina, meravigliosa plaga, distesa sulla pianura costiera e sulle prime alture.

L’EDUCAZIONE AMBIENTALE – E’ quel paesaggio primordiale, che sa di incontaminato e terribile, che avvolgeva fino a qualche decennio fa tutto il territorio fra Roma, i colli Albani ed il mare.  Oggi il bosco dopo lunghe battaglie ambientaliste, condotte in prima persona attraverso una capillare opera di conoscenza con visite guidate, educazione ambientale nelle scuole del territorio, mostre, dovrebbe essere tutelato come zona a tutela integrale, ma come le recenti vicende di trascuratezza amministrativa insegnano, questa tutela è insufficiente.

Marco Antonini