cafarnao

Il film della regista libanese Nadine Labaki ha vinto a Cannes il premio della giuria, arrivando alla nomination all’Oscar e ai Golden Globe come migliore film straniero

LA TRAMA – Un bambino vive in strada, nella Libano dei quartieri più poveri, citando in giudizio i genitori per averlo messo al mondo, senza avere i mezzi per farlo crescere degnamente. Non conosce la sua data di nascita e non sa quale sia la sua età; è in prigione per aver accoltellato un uomo e deve scontare una pena di cinque anni di reclusione. Cafarnao significa pasticcio, confusione, ma rimanda anche alla città della Galilea dove Cristo iniziò la sua predicazione e comprende in sé tutti i temi che la regista voleva trattare nel film: infanzia negata, immigrazione clandestina, povertà, difficoltà burocratiche. Un racconto la cui universalità è lampante nell’avvicendarsi sullo schermo di figure di varie etnie e che hanno la povertà come minimo comun denominatore.

L’IMPEGNO – Il film, ambientato in Libano, racconta il dramma dei bambini cresciuti in situazioni di estremo degrado e indigenza e sottoposti a maltrattamenti di ogni genere. Zain, il protagonista del film, è un profugo siriano che ora vive in Norvegia insieme alla famiglia, grazie all’agenzia per i rifugiati dell’ONU. Per la prima volta va a scuola, con i fratelli e le sorelle, e questo rappresenta sicuramente il maggior successo del film, come anche la creazione di una fondazione per aiutare le famiglie a lasciare la strada e sopravvivere dignitosamente.

IL MESSAGGIO – A tratti documentaristico, il film è girato in buona parte con la camera a mano e ad altezza di bambino, in modo da rendere palpabile il proverbio indiano “prima di giudicare un uomo, cammina per tre lune nelle sue scarpe”. Il film ha suscitato un acceso dibattito in Libano e anche la critica si è divisa tra chi ha apprezzato il fatto che siano stati trattati temi importanti in modo non retorico e chi, invece, ha accusato la regista di aver cavalcato in modo ricattatorio l’emotività suscitata dalle tematiche trattate. Onestamente “Cafarnao” non sembra essere permeato di retorica compiaciuta, è semmai un miscuglio di tenerezza e disumanità che poggia su questioni come il maltrattamento infantile, l’abuso sui minori e l’infanzia negata caratteristica delle periferie del mondo.

Angela Franco